lunedì 20 aprile 2009

London called (ma neanche troppo)

Del concerto dei Prodigy s'è detto , ma in realtà ho colto l'occasione per fermarmi a Londra anche un paio di giorni dopo allungando il weekend, visto che ci ero stato l'ultima volta tipo a otto anni: questo post è un resoconto postumo di viaggio.

Prima impressione, evidente, all'arrivo alla stazione di Liverpool street dall'aeroporto di Stansted: la lingua corrente non è l'inglese.
Credo che il posto di lingua maggioritaria se la giochino l'italiano e l'indiano, col primo leggermente favorito, mentre l'inglese di Oxford è in nettissima minoranza, come pure è in minoranza l'inglese inteso come individuo, di fatto comparso in quantità rilevanti solo sabato pomeriggio, alla vigilia di Arsenal-Chelsea di FA cup, ovviamente vestito di maglia blue o gunner e equipaggiato di cori d'ordinanza.

Infinitamente più di qualunque altra grande città che abbia visto di recente, Londra brulica di culture diverse: italiani e indiani dominano numericamente, ma tra turisti e non le popolazioni del mondo sono rappresentate tutte: il weekend lungo rappresenta l'occasione ideale per trovare una risposta alla domanda che mi gira in testa da un po', "perchè?".

Perchè tutta questa gente si trasferisce a Londra? Cos'ha una città in cui si guida dalla parte sbagliata e i cui abitanti non si lavano da generazioni più delle altre capitali europee?

Ovviamente la risposta unica definitiva non c'è: potrebbero essere le dimensioni smisurate, la nightlife brulicante e frammentata, il melting pot culturale stesso oppure potrebbe anche non esserci un perchè, vista l'ondata di contromigranti che tornano in Italia (e credo altrove), ma in questo paio di giorni mi sono fatto un'idea più dettagliata delle differenze tra qui e lì, che vanno ovviamente oltre l'assenza del bidet e la presenza di Starbucks, e che vado a dettagliare nell'ordine in cui mi si sono manifestate.

First of all: gli inglesi vanno a teatro, o almeno così parrebbe data l'enorme quantità di pubblicità di spettacoli teatrali, anche con attori di rilievo, sparse per la strada; non ho avuto modo di interpretare il target di queste pubblicità, ma lo immagino diverso da quello del teatro qui, orientato solo ai vecchi barbogi, ai fintointellettuali e alle groupies dei fintocantanti di Amici.

Poi, parliamo dell'argomento che mi sta più a cuore: la musica.
Ora che sono andato a trovarlo a casa sua, finalmente ho capito il senso del discorso del dubstep e l'ho rivalutato leggermente, anche se, ora con cognizione di causa, rimango dell'idea che non fa per me.
Fondamentalmente il senso del discorso è così: prendi l'attitudine al design "in the small" del filone minimale, quello per cui le tracce devono spremere l'impianto al suo meglio e oltre con la bassata che ti spettini, la porti all'estremo, togli un colpo di cassa si e uno no per fare la metrica spezzata e rallentata che accontenta i keta-boys, et voila il dubstep.

Non fa per me perchè in generale il design in the small non fa per me: non me ne frega un cazzo dei dischi che sentiti al Berghain ti fanno esplodere le interiora, io sono uno di quei romantici convinti che il dj in grande, e le singole tracce in piccolo, debbano raccontare una storia, per cui se mi fai otto minuti di loop in cui la storia è "tolgo la bassata-aò sènti che bassata che ariva mo" non ci troviamo, se poi mi togli pure un colpo di cassa si e uno no e mi dici "aò sènti come sono spezzato" la cosa mi suona pure di presa per il culo.

Morale, rimango della mia idea sul dubstep con in più la visione, in lontananza, di un po' di sputtanamento del genere visto che mi è capitato di sentire in un pub un disco di Skream con un vocal usato anche in un Cecille da Kreon e presente in una libreria di sample (dove "Cecille", "Kreon" e "libreria di sample" sono probabilmente i termini più detestati dai paladini del design in the small "aò io mi faccio tutti i suoni da me che così spacco veramente l'impianto, poi quando devo sequenzare la traccia ho finito la voglia e allora viene fuori un loop da 8 minuti"): il rumore di unghie sul fondo del barile inizia a farsi sentire e ancora la moda non è esplosa qui da noi, staremo a vedere.

Per fortuna non c'è solo il dubstep nella scena musicale UK, anzi: attualmente là il revival 90s è al suo picco massimo, sia a livello musicale che estetico, tanto che - giuro! - ho visto da Urban outfitters la giacca con le spalline quadrate à la Brandon Walsh.

Visto che siamo in tema di costume e di socioblablabla, tra l'altro, ho avuto modo, anche se di sfuggita, di vedere le abissali differenze tra il modo di intendere il clubbing qui e lì: per farla corta, lì il clubbing è pianificato mooolto in anticipo, al punto che ho fatto una fatica porca a trovare dei flyer per la sera stessa in mezzo al mucchione di quelli dei party tra 2-3 settimane.

Pare un dettaglio irrilevante, ma a pensarci bene fa differenza: il fatto che a molti eventi, soprattutto a quelli grossi, si entri solo con la prevendita porta non solo i vantaggi immediati di riscontro economico perchè i soldi arrivano prima, ma ne porta anche a livello di clientela che è sicuramente più consapevole di quella tipica milanese "aò m'hanno detto che stasera c'è una festa che spacca, chiamo il pr e scrocco un omaggio" (tra l'altro ho comprato un libro molto bello di cui parlerò meglio dopo averlo finito che usa un termine bellissimo, 'clued up', per definire la clientela istruita sul party a cui sta andando).

E ancora: mentre a Milano, soprattutto negli ultimi tempi, il club da 2-300 persone col dj di spicco ma non troppo è completamente sparito, soppiantato dai megaeventi da almeno 1500 persone con la superstar di turno, la nightlife londinese è infinitamente più variegata e articolata: alla fine della fiera, nel weekend scorso c'erano sì Benga, Skream, Fabio e High contrast al Fabric venerdì e Sven Vath, gli Extrawelt e Onur Ozer al Matter sabato, ma poi capita di girare per caso a Shoreditch, trovare una coda di gente (ovviamente tutta con la prevendita) e scoprire che c'è Erlend Oye.

Ok, sto paragonando la cacca di pecora di Nuova Delhi con la cioccolata pregiata, ma la differenza di mentalità è davvero abissale e l'impatto diverso ne è solo una conseguenza: per come la vedo io, non è che il clubber londinese è 'clued up' perchè la sua città ha un'offerta variegata, è il contrario, il che rende la soluzione dei problemi della nightlife milanese molto più difficile.

Comunque, nel mare di italiani che vanno a Londra da turisti e decidono di trasferircisi un mese dopo, io rimango qui, vuoi perchè alla fine sono un pigherrimo casalingo, vuoi perchè non ce la farei mai a vivere senza bidet, o forse perchè con tutto il male che si può dire di Milano alla fine non è mica male lo stesso :)

9 commenti:

Luca ha detto...

Ciao Baz.
A brevissimo scriverò un bel post sui prodigy e uno su sven,
ma dovevo scriverti per farti sapere che il buon vath è stato mega groove!!!
un set meraviglioso cui il filmato ti linko può solo farlo intuire..

http://www.youtube.com/watch?v=0ThHYoeYYjk

tra poco online anche quello dei prodigy

Raibaz ha detto...

Uh, gustosissimo sto video di Sven, bravo Melkio :)

fede ha detto...

cmq caro Ing del dubstep continui a non capire una cippa :P

Le storie fantascientifiche che ti racconta un set di Kode9 sono allo stesso livello di quelle di Mills...

per il resto mo ti pubblico di là il report dei prodigy ;)

cmq mi devi elencare tutti i dischi che ti sei comprato...

Fabio ha detto...

E dell' ottimo(?) cibo londinese non ne vogliamo parlare?
Questo è un vero problema da affrontare prima di decidere di trasferirsi a Londra.
ps. il dubstep non piace neanche a me.

Raibaz ha detto...

Ma pensa Fabio che proprio di fronte a Phonica c'è un posto che fa dei panini esagerati e neanche troppo malsani :)

A parte quello, comunque, in effetti a Londra ci si nutre meglio leccando l'asfalto in metropolitana piuttosto che mangiando il cibo tipico...

@Fede: in realtà non ho preso niente di che, però ho tovato il cd delle M series a 9 pound, il doppio cd unmixed di Sneak a 10, il remix dei Lost heroes di kill 100 a 99 pence come ti dicevo via sms, un Robert Dietz che mi mancava e un paio di ignoti che però lì per lì mi piacevano...uno è il primo disco dell'orchestraibaz di oggi :)

Anonimo ha detto...

Che il bidet ci salvasse da attacco di esterofilia....unbelievable!!!

maxcar ha detto...

prevendita tutta la vita ma solo dove prevendita significa che entri con una fila diversa e tranquilla come a Londra

sono stato lì una volta all'anno negli ultimi tre anni e ho sempre avuto paura di fare il passo dell'intera serata dubstep (lo ammetto, paura di noia o di eccessive derive ragga)

Raibaz ha detto...

Ecco poi la deriva ragga è quello che mi frena definitivamente nei confronti del dubstep, ho un'inibizione violenta nei confronti di reggae e affini...cmq se avessi avuto le forze (e la prevendita) venerdì sera al Fabric c'era la serata intera dubstep con Benga e Skream ma con la via di fuga dnb di Fabio e High contrast nell'altra sala...in realtà mi manca sia l'esperienza del party intero dubstep che quella del party intero dnb, per cui magari a frenarmi è stato anche il timore del doppio ignoto :)

(Cmq in Italia "fila" e "tranquilla" nella stessa frase sono un'utopia, io ogni volta che espatrio finisco a fotografare le file perchè rimango stupefatto di fronte a tanta compostezza)

fede ha detto...

ormai le derive ragga stanno sparendo quasi del tutto, anzi la tendenza attuale è virare verso il funky (eh ing ti ricordi di quell'articolo del guardian?)

Con gente come Kode 9, Scuba, Skream&Benga ed Applebim 8 ore passano in un attimo...e si salta di continuo...