martedì 26 giugno 2012

Fabriclive 63: Digital soundboy soundsystem

Ovvero, dell'importanza dei cambi di passo.

Non ho mai negato di non essere esattamente un fan di quello che una volta, nella sua forma più pura e originaria, si chiamava dubstep e che ora ha una definizione di genere così lasca che c'è chi lo chiama "bass music": la realtà dei fatti, però, è che questa forma pura e originaria ormai non esiste più ma, come tutte le tendenze importanti, ha lasciato strascichi anche negli altri generi.

Se è vero che graziaddìo ormai più nessuno fa quelle cose orripilanti con un colpo di cassa ogni quarto d'ora e il feeling piovoso da fintointellettuale (à la "Midnight request line", per intenderci), è anche vero che gente che arriva dai background più disparati ha fatto sua, in modi diversi, la lezione di Benga, Skream, Burial e compagnia cantante, iniziando ad esplorare metriche diverse dal solito "four to the floor" e a mischiare più metriche e sottogeneri all'interno dello stesso set, portando una ventata di varietà assolutamente gradita e beneaccetta.

Va da sè che tra tutti quelli che hanno abbracciato quest'idea di suonare assieme cose a velocità e spezzatura completamente diverse, coloro a cui riesce meglio siano quelli da sempre abituati ai metri irregolari, quelli quindi che arrivano dalla d'n'b, genere che risentiva di un po' di stagnanza e che ora invece sta tornando in auge prepotentissimamente proprio grazie a questa ventata di metriche diverse.

Non è un caso, quindi, che le cose più interessanti del panorama di quella che ora si chiama "bass music" e che è un genere quanto mai lasco e ampio arrivino da gente cresciuta a pane e amen break, tipo i tre figuri che si nascondono dietro il nome della loro etichetta, la Digital soundboy per l'appunto, e che rispondono ai nomi di Shy FX, Breakage e B. Traits: il loro Fabriclive, infatti, è un tripudio di miscuglioni in cui compaiono, con una coerenza impeccabile, "Body language" dei Mandy coi Booka Shade, delle missilate su 50 Weapons (che qui sembra quasi un'etichetta seria anzichè il prodotto di quei macellai dei Modeselektor), Dizzee Rascal e delle cose reggaeggianti, e la cosa più incredibile è che il tutto è non solo molto valido ma anche molto meglio della somma delle parti.



All'interno della tracklist, infatti, c'è più di un disco obiettivamente e incontrovertibilmente brutto, ma che contestualizzato nel flusso molto ben studiato dai tre acquista magicamente un senso o al massimo, quando proprio un senso non ce l'ha, comunque dura poco, visto il turbinio frenetico con cui si cambia disco-passo-atmosfera-mood nei settanta minuti abbondanti di mixato.

Di certo alcune frenate o accelerate molto brusche sono messe lì solo per farti fare "oooooh" alla prima volta che le senti e poi esaurito l'effetto sorpresa perdono un po' di mordente, ma è vero anche che alcuni altri accostamenti escono alla lunga, dopo qualche ascolto, rendendo il mixcd davvero godurioso nonostante un paio di momenti di flessione, in particolare con una sequenza devastante, poco dopo metà - provare per credere.

Morale, acquisto consigliatissimo, sia per quelli che credono che il dubstep sia solo Skrillex, sia per quelli che (come me fino a poco tempo fa) credono non esistano punti di contatto tra la cassa in quattro e la d'n'b, che saranno invece lieti di scoprire che in mezzo esiste un intero continuum.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

"il prodotto di quei macellai dei Modeselektor" qui qualcuno è ancora turbato dal loro live al Sonar...

Mattia Tommasone ha detto...

Credo ci metterò mesi a riprendermi.