Ero già rassegnato all'idea di dover andare a sentire il buon Sam a casa sua, in UK, e invece i ragazzi di Classic evidentemente mi vogliono del bene e sabato scorso me l'hanno portato vicino casa, con del coraggio non indifferente.
Un set di Floating points in un sabato sera milanese, infatti, è un azzardo non da poco: per quanto la clientela di Classic non abbia ovviamente nulla a che spartire con il milanese medio in camicia cocaina e Danza Kuduro e sia comunque svariate spanne sopra anche al milanese indie medio in occhiali grandi maglietta ironica e James Blake, è comunque vero che la programmazione abituale di Classic ha addestrato il proprio pubblico alla cassa in quattro e a una certa danzabilità, sempre di alto livello ma comunque più "facile" rispetto all'estro e all'eclettismo di un set di Floating points.
Qual'è stato, quindi, l'esito di questo azzardo?
Andiamo con ordine: partiamo dall'opening set di Sandiego, che non sentivo da tanto e che ha dimostrato di essere sempre come me lo ricordavo, bravo almeno quanto il suo compare di vecchia data, Lele Sacchi: set d'apertura condotto alla perfezione, partito molto tranquillo (sono riuscito a sentirlo praticamente fin dall'inizio, a club semideserto) e giustamente cresciuto fino al climax classicone di "Most precious love" di Blaze e Barbara Tucker, con la cassa funkettosa marchio di fabbrica di Diego sapientemente declinata in modo da integrarsi col set dell'ospite di turno, come fanno i grandi resident.
Ma veniamo a punti flottanti, o virgole mobili che dir si voglia, che parte cercando di non rompere troppo il flusso della serata e inserendosi nel solco tracciato da Sandiego a colpi di un altro classicone che aveva suonato anche al Sonar, "The bounce" di Kenlou aka i MAW, che è uno di quei dischi che dove li metti li metti fanno sempre la loro porca figura, ma poi inizia il suo personalissimo viaggio lungo traiettorie che a quasi nessuno potrebbero venire in mente, ma che nel contesto del suo set hanno perfettamente senso.
Non è certo da tutti incastrare tra loro jazz, disco, funk, IDM, techno e cose latineggianti tuttassieme, e riuscire a farlo con un senso è cosa veramente per pochi, ma Sam ce la fa praticamente sempre, salvo giusto un paio di volte in cui prende la strada più ostica e taglia un po' le gambe alla platea già leggermente ridotta dal suo gusto per le pause lunghissime (pure troppo, a volte, al punto che è partito qualche fischio) e dal suo uso molto intenso dei filtri spettacolari del mixer valvolare montato al Tunnel per l'occasione, che in alcuni casi rompe un po' la continuità del ballamento.
La realtà, però, è che un set di Floating points non è assolutamente una cosa in cui il ballamento e la danzabilità proseguono ininterrotti per le due ore o poco più lungo cui si articola la questione, ma anzi è un'esperienza ricca di cambi di passo, interruzioni, svolte improvvise, salti, capriole, momenti di fomento e momenti di ascolto rilassato: è un set protagonista che richiede di essere ascoltato con molta attenzione per apprezzare la cura con cui Sam sceglie ogni disco anche quando sembra non avere alcuna attinenza con quello precedente, e che per questo magari sarà sembrato sconclusionato e indigesto a qualcuno, ma a me è piaciuto un sacco.

